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Caporalato nell'Italia del 2019 - Una nota di Giorgio Langella

Caporalato nell'Italia del 2019 - Una nota di Giorgio Langella - rossoverona
A margine di un articolo apparso sul Il Fatto quotidiano
 
Una premessa. Stento a capire lo stupore ricorrente dei giornalisti per una retribuzione oraria di 2,50 - 3 euro, quando anche "fuori dall'agricoltura" (per esempio negli studi professionali) i nuovi assunti (italiani o stranieri) vengono costretti a lavorare in nero o, quando va bene, ad aprire Partita IVA per lavorare a tempo pieno con una retribuzione onnicomprensiva di poche centinaia di euro al mese (600-800 euro è considerato quasi "una fortuna") e, quindi, con cifre paragonabili se non minori a quelle che "fanno notizia". Infatti proprio non capisco lo stupore giornalistico sulle retribuzioni e perché non viene denunciate il "normale" sfruttamento intensivo che i padroni attuano nei confronti di chi lavora a prescindere dalla nazionalità, dall'età, dal sesso (vuoi vedere che, questo sfruttamento generalizzato, ce lo faranno passare come qualcosa di giusto in ottemperanza con l'art. 3 della Costituzione?). Certo le condizioni denunciate nell'articolo sono da servi della gleba, prossime alla schiavitù, ma sarebbe interessante approfondire quale sia la distanza tra queste condizioni e quelle che sono costretti a subire i precari in ogni settore e in ogni territorio del paese. In definitiva vale per tutti la minaccia "zitto e lavora, altrimenti quella è la porta".
 
Ma, andiamo avanti. C'è una cosa che, invece, mi crea sconcerto e rabbia. E' l'assenza nell'articolo delle maggiori sigle sindacali (mi riferisco a quelle delle organizzazioni "più grandi e famose", so che USB è attiva tra i braccianti sfruttati e so, anche, che USB e altri minori difficilmente vengono citati dalla grande informazione nazionale) che non vengono mai citati. Una cosa imbarazzante. Non credo che sia una "cattiveria" del giornalista o una sua "svista". E', piuttosto, qualcosa ormai comune ed abituale: CGIL-CISL e UIL sono impegnati su altri fronti e spesso solo a parole. E' mai possibile, mi chiedo, che sia la diocesi di Ragusa e la Caritas a fare qualcosa, a denunciare uno sfruttamento inumano (che, ripeto, non è isolato nei campi siciliani o pugliesi ma è ben radicato in ogni settore produttivo - o meno - e in ogni territorio del nostro paese).E' mai possibile che sia solo (o prevalentemente) la chiesa a farsi sentire, ad agire e che le organizzazioni sociali e politiche e, anche, la cosiddetta società civile, siano inerti, indifferenti, assenti?
 
Questa è anche un'autocritica che ci dobbiamo fare noi comunisti. Siamo troppo spesso attratti da quella che consideriamo la grande politica, dalla teoria, dai tatticismi, dalle alleanze con questo o quello che possano consentire di raggiungere qualche posto nelle istituzioni. Siamo talmente impegnati a crederci chissà che cosa che non ci rendiamo conto che siamo deboli e divisi (spesso proprio per conflitti spesso miserabili e, francamente, malinconici) e che dobbiamo realisticamente scegliere dove impegnarci e dove impegnare la nostra organizzazione e le nostre intelligenze. Invece di inseguire tutti i problemi che appaiono all'orizzonte, saltando da uno all'altro quasi sempre senza risultati, dobbiamo sceglierne uno (al massimo un paio) e avere un progetto politico credibile e una pianificazione seria che ci permetta di spostare rompere l'equilibrio tra indifferenza e indignazione fine a se stessa (quella, per dire, che nasce e muore in pochi minuti, il tempo di fare un comunicato).
 
Il nostri impegno sia sul fronte del lavoro. Abbiamo le capacità per costruire un progetto di sistema alternativo all'attuale. Un progetto realmente anticapitalista. Cerchiamo di averne anche la forza. Questa deve essere  la priorità del nostro Partito. Da questo devono derivare le altre elaborazioni che dobbiamo fare, dalla politica culturale alla lotta per lo sviluppo dello Stato Sociale. E su questo si dovranno valutare le alleanze e le collaborazioni con altre forze politiche e sociali. Non ci possono essere scorciatoie.
 
Giorgio Langella
 
PS: Anche in agosto si è continuato a morire nei luoghi di lavoro. A ieri sera i morti da inizio anno erano 437 (892 se si considerano anche quelli in itinere, 34 nei primi 17 giorni del mese), ma dobbiamo rendercene conto con dolorosa amarezza, questo massacro non interessa niente a nessuno (o a troppo pochi).

 

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