Colpo di stato in Bolivia

 Nota PCI  Veneto

E cosìin Bolivia si è compiuto il misfatto. Un colpo di stato, non una “sollevazione popolare” come da più parti vogliono farci credere, con l'appoggio dell'esercito ha fatto dimettere il presidente Evo Morales. Questa vicenda, simile a tante altre succedutesi nell'America Latina, dimostra come i tentativi di affrancarsi in maniera pacifica dalla protervia dell'imperialismo statunitense sia estremamente difficile. Dimostra anche come gli Stati Uniti considerino le altre nazioni americane: null'altro che territori da conquistare e sfruttare. Dimostra anche come il resto del mondo “civile” (e ci mettiamo dentro anche e soprattutto l'Unione Europea) sia solo la periferia di un impero che tende a comandare il mondo. Sempre allineata alla volontà del padrone, sempre pronta a muovere guerra dove il padrone comanda, sempre allineata a quanto ordina la NATO, vera e propria mano armata dell'impero statunitense. Senza alcuna dignità. Anche nel caso della Bolivia (come precedentemente con il Venezuela Bolivariano) l'Unione Europea si è allineata e ha tacciato i governi progressisti sudamericani di qualsiasi misfatto. Il caso di Evo Morales è emblematico. Con il governo socialista di Morales, la Bolivia è uno dei paesi dell'area che è cresciuto di più, che ha operato per il benessere generalizzato di quella parte del popolo che da secoli è stata discriminata, che ha sviluppato politiche di sviluppo sostenibile andando contro le multinazionali che da secoli hanno sfruttato lo sfruttabile. Forse proprio questo è stato il “peccato” dell'esperienza di Morales: la dimostrazione che può esistere un modello di sviluppo e un sistema migliore e più efficiente del capitalismo. Un “peccato” che deve essere punito in qualsiasi maniera. Il colpo di stato in Bolivia dimostra che, per annientare gli avversari, il capitalismo (e l'imperialismo che ne è la logica conseguenza) dimostra la faccia più brutale e violenta. Gli attacchi alle ambasciate dei paesi solidali con il governo di Evo Morales, l'incendio delle case dgli esponenti del partito MAS che era al governo, le violenze non sono una “sollevazione popolare” ma azioni eteroguidate e preordinate da tempo che dovevano scatenarsi se e quando Evo Morales avesse vinto le elezioni. Perché questo è successo. Morales ha vinto le elezioni e, ancor prima di conoscere il risultato ufficiale, bande armate hanno attaccato e bruciato gli uffici dov'era in atto lo spoglio dei voti. Subito i vassalli degli Stati Uniti hanno dichiarato la presenza di brogli (mai documentati e non documentabili), hanno preteso il riconteggio dei voti ma non è bastato. L'esperimento di Morales doveva essere cancellato. Le enormi ricchezze minerarie e naturali della Bolivia dovevano tornare nelle mani delle multinazionali e di quel capitalismo statunitense dalle quali erano state tolte dalle riforme del governo progressista di Morales. Questa è la realtà. Affermare o far credere, come fa l'imformazione occidentale (anch'essa evidentemente eterodiretta dal potere), che Evo Morales è un “dittatore” perché è da oltre 13 anni che è al potere (fu eletto la prima volta nel gennaio del 2006), è quanto di più ipocrita si possa dire. Si guardi bene, le affermazioni arrivano da nazioni democratiche che vedono al potere sempre gli stessi da decenni senza che nessuno si ponga il problema. Si pensi, per esempio, che alla Germania e ad Angela Merkel che è al potere dal novembre del 2005 (così, facendo un rapido calcolo, non mi sembra che siano 14 anni). Mi si spieghi, allora, perché Morales è un dittatore e la Merkel, invece, è espressione di democrazia. Questi sono i “misteri” di un sistema che non ammette la presenza di modelli di sviluppo diversi. Modelli di sviluppo che sono pericolosi proprio perché dimostrano che un altro mondo è possibile.

 

 

 

COME MAI SEMPRE AGLI OPERAI

di Dennis Vincent KlapwijkResponsabile Dip. Lavoro FGCI

La gravissima decisione del gruppo Acelor Mittal di recedere dagli impegni presi con l’ILVA di Taranto, impianto ormai famoso per le continue odissee attraversate dai suoi dipendenti, è l’ennesimo segnale di come l’essere umano non possa vivere in un mondo dominato dalla barbarie del capitalismo, che in nome del guadagno di pochi getta dell’immondizia le vite di milioni di persone.

I sindacati dicono che la decisione del gruppo anglo-indiano è una “bomba sociale” e persino il Partito Democratico timidamente dice qualcosina a riguardo. La Federazione Giovanile Comunista Italiana, come sempre, si schiera al fianco degli operai e dei dipendenti ILVA ed è pronta a scendere al loro fianco nelle lotte per il diritto al Lavoro proprio di ogni essere umano.

 

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